.

PHIL SPECTOR
di Andrea Cangioli – da Los Angeles

L’unica sorpresa sono state le lacrime del portavoce dei giurati.

Quando lunedì 13 aprile è arrivato il verdetto che giudica Phil Spector colpevole dell’omicidio di Lana Clarkson, l’impressione è stata quella di un copione già scritto. 

Alla lettura del verdetto, Spector è rimasto pressoché impassibile, e solo l’avvocato difensore e la giovane moglie, hanno dato segni di sconforto. Phil Spector e la moglie

Già da tempo l’opinione pubblica si era convinta della colpevolezza del leggendario produttore musicale. L’amore per le armi da fuoco e una personalità chiaramente instabile, da anni facevano considerare Spector come una bomba ad orologeria, potenzialmente sempre pronta a creare una tragedia. 

A sfavore di Spector giocava anche il fatto che da 40 anni a Los Angeles nessuna celebrity fosse stata condannata da un tribunale per reati gravi. Dopo i clamorosi nulla di fatto dei processi a OJ Simpson, Robert Blake e Michael Jackson, e del primo processo allo stesso Spector, le autorità dovevano dimostrare che anche nella città dello show business, i ricchi e i famosi non restano impuniti solo perché tali. 

Malgrado ci fossero tutti gli elementi che in genere attirano i media e la fantasia popolare, questo secondo processo a Spector è stato in larga misura ignorato dai media e dal pubblico. A pochi importava di seguire la storia della leggenda musicale descritta dalla pubblica accusa come di uno squilibrato misogino con l’abitudine pluridecennale di “giocare alla roulette Russa con la vita delle donne” quando aveva bevuto troppo. Durante il procedimento, il pubblico ministero ha portato in aula cinque donne che in passato avevano denunciato episodi simili da parte di Spector, e nella requisitoria finale ha concluso la metafora della roulette russa dicendo che “Per grazia di Dio ad altre cinque donne era toccato il colpo a vuoto e sono qui per raccontarci l’esperienza. A Lana è toccato di essere la sesta donna, quella a cui è toccata la pallottola”.

Gli undici giurati avevano una vaga idea di chi fosse il personaggio seduto al banco degli imputati, e non avevano mostrato troppo interesse o simpatia per l’anziano signore un po’ inquietante, che sfoggiava completi stravaganti e parrucche ancora più eccentriche.

Phil Spector, 69 anni, è una delle figure di maggior rilievo nella storia della musica popolare contemporanea, con una carriera iniziata alla fine degli Anni 50.

Scorrere la sua biografia è un po’ come leggere un’enciclopedia del pop e del rock. Inventore della rivoluzionaria tecnica di produzione del Wall of Sound, ha influenzato fino al giorno d’oggi innumerevoli artisti di generazioni e orientamenti diversi. Nella prima metà degli Anni 60 ha avuto una lunga serie di hit. Brani quali Be My Baby, He’s A Rebel, You’ve Lost That Lovely Feeling, River Deep Mountain High sono alcuni dei suoi successi più noti di quel periodo. Pur avendo continuato a lavorare sino ad anni recenti, le produzioni di Spector hanno a volte creato polemiche. 

Celebri i casi di End Of Century dei Ramones, Death Of A Ladies’ Man di Leonard Cohen, e soprattutto di Let It Be. Gli arrangiamenti di quell’album crearono tali tensioni all’interno dei Beatles, da diventare uno degli ultimi episodi di guerra interna, prima dello scioglimento dei Fab Four. John Lennon, rimase però legato al produttore, tanto che il suo classico Imagine, porta la firma di Spector.

Altrettanto George Harrison, che affido’ a Spector la produzione del live The Concert For Bangladesh, e dell’album triplo All Things Must Pass, considerato il capolavoro dell’ex Beatle (ma anni dopo Harrison cambiò gudizio sul lavoro di Spector: “troppo riverbero”).

Il momento d’oro di Spector, appartiene comunque al passato.

Già dalla fine degli Anni 60 ha subito una serie di crisi personali. Aveva la reputazione di essere una persona poco affidabile e persino pericolosa. Per lunghi periodi viveva segregato nella sua villa con 30 camere da letto soprannominata “Il castello dei Pirenei”, nel sobborgo losangelino di Alhambra. Già la prima moglie, Ronnie Spector, lead singer delle Ronettes, aveva accusato l’ex marito di minacce e di essere stata costretta a vivere con i tre figli adottivi in stato di quasi segregazione.

La notte del 3 febbraio 2003, Spector era andato alla House Of Blues, e lì aveva conosciuto Lana Clarkson, che nel locale lavorava come hostess. Bionda, occhi azzurri, statuaria col quasi metro e ottanta, la Clarkson era stata una modella, e aveva avuto una cariera come attrice per la TV e nei B-Movie. Gli appassionati del genere Fantasy la ricordano nel ruolo da protagonista nel film di Roger Corman Barbarian Queen II: The Empress Strikes Back del 1989, ritenuto un antesignano di Xena.

All’epoca dei fatti, quarantenne, Lana non trovava da tempo lavoro come attrice, soprattutto dopo un periodo di inattività forzata, dovuto ad un incidente.

Lana Clarkson

A fine serata la Clarkson aveva deciso di accettare l’invito di Spector per un drink, e di seguirlo nella villa-castello. Tre ore dopo, un colpo di pistola venne avvertito da alcuni vicini e dall’autista del produttore, che chiamò la polizia, dicendo “Credo che il mio capo abbia ucciso una persona (...) Ha in mano una pistola e c’è una donna per terra”. All’arrivo delle volanti, gli agenti trovarono il cadavere di Lana Clarkson nel foyer della villa, seduta su una poltroncina dorata, evidentemente morta a causa di un colpo di pistola sparato in bocca. La pistola era per terra, vicino ai piedi della vittima.

Nella deposizione agli investigatori, Spector dichiarò che la morte della Clarkson era stata “Un suicidio accidentale”, e disse che la donna aveva fatto partire un colpo di pistola mentre baciava la canna della pistola.

Spector fu immediatamente indiziato di omicidio, e da quel momento sottoposto ad un regime di semi libertà. 

Il primo, movimentato processo finì con un nulla di fatto nel 2007, dal momento che la giuria non riuscì a raggiungere l’unanimità per il voto contrario di due membri su 12.

Il secondo processo, iniziato nell’ottobre del 2008, si è svolto in chiave molto minore. In aula erano presenti in genere solo un paio di blogger, e la giovane moglie di Spector, Rachelle Short, un’aspirante attrice di quaranta anni più giovane, che ha sposato nel 2006.

Solo lei ha versato qualche lacrima durante la lettura della sentenza di lunedì scorso.

Il dibattimento, come nel primo processo, è stato incentrato principalmente sul tentativo della difesa di dimostrare la depressione e predisposizione al suicidio di Lana Clarkson, e sul ruolo dell’autista brasiliano di Spector. In questi anni Adriano DeSouza, ha sempre tesimoniato di avere sentito un colpo provenire dalla casa, e che subito dopo Spector era uscito dalla porta principale pronunciando la frase “Credo di avere ucciso qualcuno”. La difesa ha provato a dimostrare per anni l’inaffidabilità di questa versione, accusando De Souza di avere reso questa dichiarazione nella speranza di ottenere impunità per avere lavorato USA con un visto scaduto, o che avesse capito male le parole di Spector, per via del fatto che l’Inglese non era la sua lingua principale.

Col procedere delle udienze era sembrato sempre più chiaro che l’accusa stava avendo la meglio, soprattutto dopo la mossa vincente di portare in aula le cinque donne già minacciate da Spector.

Le alternative erano due, e cioè che Spector venisse condannato per manslaughter (equivalente dell’omicidio colposo dell’ordinamento italiano)o per il ben più grave omicidio di secondo grado, ossia volontario. 

La condanna a quest’ultimo comporta il carcere per un periodo dai 15 anni all’ergastolo. Con l’aggravante dell’uso di un’arma da fuoco si aggiungono 3 anni. A conti fatti Spector dovrà scontare almeno 18 anni di carcere, anche se resta un ulteriore appello.

Nell’ipotesi a lui più favorevole, se la sentenza verrà confermata dall’ultimo appello, uscirebbe dal carcere a 87 anni.

In aggiunta alla condanna penale, Spector si troverà di sicuro ad affrontare le cause civili, che con ogni probabilità comporteranno pene pecuniarie con cifre da capogiro.

La prossima tappa di questa saga molto losangelina si terrà il 29 maggio, quando il giudice Fidler emetterà la sentenza formale.

A seguito della deliberazione della giuria, gli agenti dello Sherff Department hanno condotto Phil Spector in carcere, dal momento che la corte ha negato la richiesta della difesa di lasciare tornare Spector a casa, in attesa del pronunciamento del giudice.

Da lunedì sera Phil Spector è il detenuto matricola 1873015 della prigione più grande al mondo, la Twin Towers Correctional Facilities. Il ‘Castello dei Pireneì' è a sole 9 miglia, ma Spector si dovrà adattare ad uno stile di vita ben diverso, in un’ala separata di questo carcere immenso, futuribile, e tetro.


Home - Il Popolo del Blues

.
.
eXTReMe Tracker