| . | The End of an Ear Diviso fra speranze e paure il 2008 è stato l’anno in cui zenit e nadir di aspettative e rinunce hanno maggiormente coinciso per tutto il genere umano. La Speranza delle Idee professata da Obama, l’uomo nel quale tutti vedono il rinnovamento, si scontra con i report dal mondo della finanza e del vivere quotidiano, spesso squallido e dettato dall‘egoismo di chi non vuol mollare il proprio piccolo posto al sole. Questi report, sobillati dalla politica del terrore dei media - più italiana che d’altra provenienza e spinta da una casta, quella giornalistica, che più di ogni altra rischia forte l’estinzione per proprie innate colpe - spingono la popolazione a disumanizzarsi, ad annientarsi e a vestire i panni della nuova povertà oltre le reali proporzioni, secondo logiche di pochi. I media creano terrore con l'informazione e imbonimento con i reality. Tutto si fa nel tentativo di far perdere alle persone l'autostima e la sicurezza per l'automiglioramento. In uno scenario del genere tutto è possibile: si spreca la supponenza, si pensa come se la fine del mondo stesse incombendo (quindi nessuna programmazione della propria vita) ma intanto ci si aggrappa a tutto, sprecando forze e idee, spesso, quasi sempre, ahimè! senza risultati tangibili. Chi può deve contrapporre uno spirito positivo e mettere in atto nuove scelte, se necessarie, più radicali. Questo è ciò che posso notare oggi, 25 dicembre 2008, dal mio punto di avvistamento, Firenze, una piccola città con grandi presunzioni e un luminoso avvenire dietro le spalle, avvelenata da piccoli giochi di potere di una sinistra che ci ha abbandonato il secolo scorso e dai poteri forti che si tramandano da generazione in generazione cercando di trasformare il denaro (poco) in potere (tanto) ma - fondamentalmente - trasformando soltanto i propri vizi cronici in abitudini. Con 8 viaggi all’estero in un solo anno Stati Uniti, Uk (3 volte), Francia (3 volte), Spagna guardando, osservando, parlando molto con la gente del luogo, leggendo i loro giornali e ascoltando le loro radio, con la loro musica nelle orecchie dai palchi più grandi e più piccoli, camminando nelle loro città e guidando nelle loro campagne e coste ho pensato che oggi più che mai si stiano perdendo i più alti principi della ragione, svendendo se stessi, annullandosi e spingendo le persone alla rinuncia del proprio meglio. Qui a Il Popolo del Blues si è cercato di mantenere la stessa accuratezza dedicata in passato a quei generi musicali e artistici che ancora miscelano sincerità, naturalezza e indipendenza siano essi blues o altro, nella tradizione del rock di una generazione (quarantenni, cinquantenni) più che mai concreta, vincente, positiva e ricca di input verso quei giovani che tendono a tirare un riga sopra le loro teste, oltre i confini la loro età. Il Popolo del Blues presenta uno sguardo musicale su passato, presente e futuro. Il Popolo del Blues si posiziona come alternativa a testate che si disciplinano in rapporti più o meno diretti con ciò che resta della discografia. Noi siamo totalmente indipendenti e le direzioni intraprese sono quelle di una personale missione nata nel 1995. Il ruolo che Il Popolo del Blues si propone rimane quindi trasversale: incitare idee, sobillare discussioni propositive, proporre riflessioni utili a ritrovare la propria felicità a contatto con l’arte della musica e dell’incontro.
|
. |
| . |