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Tortoise: Standards
Difficile capire cosa muova la critica e quella italiana in particolare a definire i Tortoise come un gruppo di post Rock. Al di là della considerazione che la definizione stessa è ubiqua ed ingannevole tipica di chi la musica non la suona ma la commenta, i Tortoise appartengono allo stesso filone che tra i tardi anni sessanta e i primi settanta vide inanellarsi una dietro laltra formazioni come i canterburiani Soft Machine e Hatfield & The North, i Gentle Giant, i tedeschi Can, e dopo ancora sperimentatori come i Residents e altri figli minori di scuole musicali quali quella di Terry Riley, La Monte Young, Steve Reich. Ma il gruppo chicagoano nato nel 1993 si porta anche appresso il gioco e il divertimento delle generazioni intermedie e qui e lì appaiono e scompaiono i giochi timbrici degli Steely Dan, le orchestrazioni lussuriose della mente malata di Brian Wilson in Pet sounds, le frivolezze dei britannici Stereolab, le sgangherate chitarre surf di Dick Dale e quello snobbismo pericoloso che ben conosce chi davvero ha frequentato le anguste sale della Knitting Factory a downtown New York.
Tutto questo per dire che i Tortoise sono un buon gruppo incidono buoni album e che il loro più recente Standards, non allaltezza del precedente TNT,come tale va trattato, come, cioè, una raccolta di sperimentazionistandard, cioè già parte della nostra e della storia. La frammentazione, il cut up che il gruppo produce non potrà sconvolgerà più di tanto le orecchie allenate ma incuriosirà che cera e ancora cè. Ai più giovani si consiglia lascolto degli artisti precedentemente segnalati, agli altri si ricorda che non è tutto oro ciò che luccica a tutti un monito:diffidate dalle imitazioni. Visto il clamore,la profusione di parole e le lodi che il gruppo ha ricevuto negli ultimi anni solo la performance dal vivo potrà dirci se siamo davanti a dei mistificatori di buona famiglia che hanno fatto un ottimo compito a casa o a veri innovatori.
Ernesto De Pascale
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