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A San Remo 09 tutti Amici di Bonolis nel nome di Raiset
Carta canta e vince ma non convince!

I giochi sono fatti. Il sipario del teatro Ariston si chiude su una scena degna del peggiore dei talent-show. La palma d'oro stavolta è finita nelle mani di un'insignificante creatura nata dal ventre di Maria De Filippi, regina del reality di plastica. Peraltro targato Mediaset. Pioggia di coriandoli sul palco, lacrime di rito e la signora Costanzo sul palco accanto al suo Marco Carta in visibilio. Fine della festa. A bocca aperta e senza molte parole, si chiude Sanremo 09 come l'ultima puntata di Amici. Di questa finale l'unico momento autentico e toccante è stato l'omaggio a Mino Reitano, teneramente ricordato dalla moglie Patrizia e da un premio istituito in sua memoria. Meritato.
Risulta perfino inutile indignarsi per un simile risultato, visto che è conclamato che il meccanismo del televoto sia marcio. Inutile anche ribadire il fatto che dal Festival della canzone Italiana - da tempo - non arriva nulla di significativo e concreto.
Peccato. La conduzione e alcune idee di Paolo Bonolis e Gian Marco Mazzi non sembravano malvagie: uno spettacolo piuttosto veloce, alcuni momenti sinceramente divertenti, altri di elevata classe (non capita più di vedere all'Ariston e nella stessa sera sfilare Cocciante, Daniele, Vecchioni, Dalla, Vanoni o la PFM che saluta De Andrè!).
Fin dal momento in cui è stato reso noto il cast degli artisti si poteva chiaramente intuire che la gara sarebbe stata piuttosto fiacca. Eppure nel corso delle serate qualcosa di buono era venuta fuori dalle ugole dei più insospettabili. La vittoria finale di Marco Carta ha però azzerato ogni sensazione positiva e ha affondato, con ancor più accanimento, il destino della canzone italiana del nuovo millennio.
Ed è così che purtroppo è andato a farsi benedire il ricordo di qualche momento significativo, come la frizzante esibizione di Nicky Nicolai con uno dei migliori sassofonisti al mondo, il marito Stefano Di Battista ed eliminati senza pietà già nella seconda serata. Stessa sorte è toccata ad una deliziosa e rinnovata Dolcenera e al suo brano finalmente sereno (fra i suoi autori da segnalare un grande Oscar Prudente) e ben arrangiato. Quasi inevitabile l'istantanea eliminazione degli Afterhours, outsider rockettari e attesi all'inizio in modo quasi messianico. Niente da fare, gli italiani preferiscono i virtuosismi di Al Bano all'amara ballata rock di Manuel Agnelli & co. Piccola rivincita per la band milanese: premio della Critica.
Perfino gli sgangherati Gemelli Diversi sono riusciti ad emozionare con la loro preghiera laica in rime rap. Ma alla fine fuori anche loro, prigionieri del loro stile. E Tricarico? L'allampanato cantautore che lo scorso anno aveva sciolto i cuori duri della stampa nazionale, ha fatto il suo ingresso all'Ariston urlando il suo brano (allegro) quasi come un Rino Gaetano stonato ma molto tenero, dichiarando alla moglie il suo amore semplice. Ma così com'è entrato, è uscito in un batter di ciglia. Arriva Benigni e con una sguaiata risata finto moralista fa secca Iva Zanicchi, arrivata a 70 anni a Sanremo per chiedere un pò di sesso senza amore. Eliminata e nemmeno rispescata. Francesco Renga, senza più un ricciolo in testa e nemmeno più l'ombra lontana del suo passato rock, prova a omaggiare Puccini con un brano che è più che altro un esercizio di stile che dimostra ancora una volta le sue immense doti vocali. Ma questo si sapeva già da tempo.
Il modo di polemizzare sul nulla, tipico del nostro paese, irrita in maniera a volte insostenibile. In fondo, a chi interessa se attraverso la trasparenza fascinosa della camicia di Patty Pravo s'è visto un seno? O se l'ex diva del Piper ha ecceduto con il lifting? Sebbene Patty sia ormai sfiatata e poco intonata, il suo brano etereo e misterioso è una delle cose migliori offerte da questo Festival.
Sul filo di lana scarsa fortuna ha avuto l'insolito duetto Alexia/Mario Lavezzi che, in un marasma di suoni e parole fuori posto, s'è distinto per classe e un'interpretazione passionale e accattivante. Ma l'Italia è troppo impegnata a spalleggiare il nuovo Gigi D'Alessio (non ne basta e avanza già uno?), sebbene più intonato e più elegante. A proposito: ma chi è questo Sal Da Vinci? Tant'è...
Forse il buon Marco Masini ha avuto ragione perchè nel testo della sua canzone, tipica cantilena incazzata, senza pudori grida che "l'Italia ci ha rotto i coglioni"! Il cantautore toscano, dato tra i favoriti nel corso della kermesse, alla fine è rimasto indietro. Così come s'è fermato a una lunghezza dalla prima posizione il tanto vituperato Giuseppe Povia, reo di aver messo in musica la storia personale di un ragazzo come tanti, tal Luca, che nel suo percorso di vita ha capito qual'è la sua identità sessuale. Apriti cielo! Additato quasi come un novello Savonarola, una sorta di fustigatore ottuso e bigotto del mondo omosessuale. Che il titolo del brano abbia prestato fin troppo facilmente il fianco ad ovvie polemiche, in silenzio ho ascoltato le mille gole furenti che gli hanno gridato contro, già prima della sua esibizione. E invece mi son trovata nelle orecchie una canzoncina tenera e perfino intensa (nonostante l'evidente atteggiamento "Cristicchi-style") tutt'altro che offensiva. Semplicemente il racconto di un percorso. Uno su un milione. Non certo la canzone scandalosa e moralista di cui tutti si sono scandalizzati. Aggiungo un dettaglio non insignificante a Sanremo: la melodia è rimasta in testa sin dal primo ascolto.
Che Povia sia un artista scialbo e non particolarmente intelligente lo si evince da alcuni suoi atteggiamenti, ma condannarlo senza appello per "Luca era gay" mi è sembrato esagerato. Con disgusto prendo atto che davvero in questo paese la libertà d'espressione per tutti sia una mirabile presa per il culo. Quindi complimenti a Giuseppe Povia che, in barba alle polemiche e alla campagna discriminatoria contro il suo brano, è arrivato secondo.
Ma ad abbassare i toni e riportare tutti in un clima di "volemose bene" c'hanno pensato in tre: Pupo, Paolo Belli e (il grande) Youssundur. La loro "Opportunità" (quella data dall'integrazione fra popoli diversi) più che un brano in gara per Sanremo è parso uno di quei motivi che si intonano in parrocchia la domenica mattina. I tre son saliti sul palco simpaticamente enfatici e Bonolis, con una delle sue battute sapide, ha pensato di ribattezzarli "Il corto, il lungo e il pacioccone"!
Ma finalmente è finita. Sui flash dei fotografi si è chiusa anche questa tormentata e trionfante edizione. Ingenuamente attenderò il sessantesimo compleanno del Festival, sperando di poter tornare a scoprire una nuova canzone da ricordare, forse, per sempre.
Roberta Maiorano
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