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Leonard Coen
La Nuit de la Fourviere 9.7.2008



Leonard Cohen entra saltellando come può saltellare un settantantenne. Ha un sorriso sornione che manterrà per larga parte delle prossime tre ore chiamando il pubblico “amici”, togliendosi il Pork Pie Hat per salutarlo e per ringraziare con molti mezzi inchini i suoi compagni di avventura. Sul palco si circonda di facce note, di musicisti legati a lui da motivi diversi a partire dal direttore musicale, il bassista Gordon Beck, con lui dal tour del 1980.
Atteso da 18 anni, invocato da altrettanti, erratico nel suo essere ma preciso e regolare nella produzione anche se assente dalle scene, il tour mondiale di Leonard Cohen stava facendo parlare di sé sin dalle prime prove in California lo scorso Aprile. Dal vivo, bastano le prime note per capire che Leonard e compagni fanno sul serio e che i dieci musicisti sul palco a sostenere le declamatorie poesie in musica del grande canadese non sono solo una qualsiasi band di accompagnamento.
I brani vecchi brillano subito di luce propria: da Bird on A Wire a The Future fino a I’m Your Man e a una versione si Suzanne totalmente spoglia da qualsiasi orpello. Cohen si inginocchia più volte davanti al catalano Javier Mas, chitarra flamenca del gruppo, organizzatore per due anni a Barcelona del tributo a chi lo ha voluto sul palco a suo fianco stasera, per poi voltargli le spalle e guardare con occhi che brillano la nera Sharon Robinson, un’altra abituèè delle vecchia guarda e co autrice di The Future e Everybody Knows e le più giovani ed esordienti sorelle Webb dal Kent, una sorta di McGarrigle di terra d’albione.
Con il fido e “impeccabile” (così lo introduce Cohen) Neil Larsen all’hammond a cucire le parti e il multistrumentista italo californiano Pino Soldo, Cohen si sente ben protetto nel commuovere un pubblico in totale adorazione.

Egli si muove da uomo anziano quale è ma infonde alla lentezza la autorevolezza del grande artista. Ogni parola detta è declamata, ogni testo scandito affinché le parole davvero arrivino al cuore delle persone. E lui con il cuore ci pare cantare: pieno di voglia, di mettersi alla prova, forte dell’aver riscoperto un gioco - il concerto dal vivo - di cui aveva perso forse anche i ricordi.
Il chitarrista Bob Metzeger, con il canadese dal 1988, è l’anima americana del gruppo mentre il batterista Rafael Gayol, dal Texas, aggiunge un senso di desolazione con i suoi sparsi tamburi. ”Ricordatemi come un uomo che ha speso la sua vita per la musica” canta in First We Take Manhattan e le parole prendono un significato profondo mentre fuori “il mondo è pieno di cose terribili”, dice, e ringrazia perché “essere ascoltati oggi è un privilegio”. Questo senso generale di appartenenza, di generazioni unite da canzoni ma non da immagini, da testi ma non da glamour, da musica e da errori, da peripezie e non da sicurezze pervade il concerto di Leonard Cohen ed è la cifra più profonda di esso rendendo lo spettacolo una esperienza catartica fra le più belle degli ultimi anni viste su un palcoscenico. Essa è la carta di identità di un uomo che fa ancora parte della domanda e non della risposta che in Hallelujah canta “Ho fatto del mio meglio … e anche se tutto è andato male io mi presenterà al Signore della Canzone con niente altro sulle mie labbra se non Hallelujah”. Ed Hallelujah è stato anche questa sera con una fila interminabile di bis, di affetto, di voglia di tornare a cantare da parte di un uomo i cui segreti non sapremo mai ma che per pochi mesi si è preso una vacanza dalla sua volontaria segregazione per venire a trovarci con le sue grandissime canzoni. Salutandoci con un Anthem corale che pare un monito alla presunzione “ forget your perfect offering”.

Ernesto de Pascale

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