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Un silenzio assordante: dieci anni senza Nino Ferrer
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A great italian-french musician died 10 years ago, we miss him
Hommage à Nino Ferrer après 10 ans de sa mort

Era un caldo pomeriggio di agosto di dieci anni fa quando arrivò in Italia la notizia del suicidio di Nino Ferrer, nome d'arte di Agostino Ferrari. Una giornata poco adatta per cambiare i palinsesti televisivi mentre le pagine dei giornali più importanti, almeno quel giorno, ricordarono la figura di questo artista che comunque aveva caratterizzato un periodo della nostra storia televisiva regalando al tempo stesso canzoni importanti. Sempre in bilico tra Italia e Francia, scegliendo alla fine quest'ultima per residenza definitiva e cittadinanza, ebbe una vita musicale intensa e un'esistenza avventurosa dai tanti interessi e passioni. Fu un colpo di fucile a troncarla il 13 agosto 1998, pochi giorni prima del suo sessantaquattresimo compleanno: il corpo di Ferrer fu trovato in un campo di grano nel sud-ovest della Francia dove si era stabilito per dedicarsi in modo ormai totale alla pittura. La Francia, che lo aveva insignito nel 1986 del titolo di Cavaliere delle lettere e delle arti, lo aveva già ricordato nel 2005 con due operazioni discografiche ambiziose: una che lo vede protagonista in prima persona con la riproposta in cofanetto della sua opera omnia in Cd, l'altra con un tributo di artisti dell'attuale scena musicale d'oltralpe, On dirait Nino di cui a suo tempo abbiamo parlato su queste pagine (settembre 2005). In Italia ancora niente, nonostante che nel suo cuore fosse rimasto italiano, anzi un tipo particolare d'italiano: un emigrante.
Nato il 15 agosto del 1934 a Genova da padre italiano, un ingegnere, e da madre francese, Agostino Ferrari rimane nella città ligure soltanto sei mesi per poi trascorrere l'infanzia in Nuova Caledonia, dove suo padre è impiegato in una miniera di nichel. Nel 1939, mentre si trova in Francia con sua madre, viene costretto dagli eventi bellici a tornare a Genova dove resta per tutto il periodo della guerra. Quindi dopo il ritorno del padre, la famiglia si trasferisce a Parigi nel 1947, dove Nino (lo chiameremo sempre così) compie gli studi superiori e universitari nella prestigiosa Università della Sorbonne, laureandosi in lettere e filosofia, indirizzo archeologico. La grande passione per la cultura e l'arte figurativa però sono destinate a lasciare il passo a quella per la musica. ''Avevo 16 anni - ricordava - studiavo dai gesuiti quando mi innamorai del jazz, del rhythm'n'blues e del contrabbasso. A cantare ho cominciato solo all'inizio degli anni '60''. Infatti inizia verso la fine degli anni Cinquanta come bassista jazz per Richard Bennett, Bill Coleman e Nancy Halloway, girando con il suo complesso tutti i locali notturni della capitale francese e incidendo una decina di 45 giri nel 1959 per una piccola etichetta. Scoperto e affinato un suo timbro di voce del tutto particolare, dalle tonalità roche, fonda presto un suo gruppo di rhythm'n'blues incidendo con esso un primo 33 giri che contiene già due brani destinati a diventare dei classici: Le port de salut e La polka des mandibules.
E' il prologo di un decennio fortunato nei paesi tra i quali ha diviso la sua storia. Nel 1962 è Nancy Halloway che lo fa debuttare all'Olympia, mentre arriva in Italia verso la fine degli anni '60 dopo aver trionfato in Francia con Mirza (un rhythm'n'blues trascinante e divertente), Le tèlèfon (Il telefono nella versione italiana) e un altro brano di grande presa come Les cornichons (originariamente il brano si chiamava Big Nick) ovvero i cetriolini sottaceto che in Italia diverranno Il baccalà, un brano tutt'ora sigla del programma televisivo Le Iene. Ma già Mina aveva accolto a braccia aperte un suo brano melodico, C'est Irreparable che in italiano diventerà Un anno d'amore. E' un tale successo che la Tigre di Cremona ne prepara versioni in turco e in giapponese per conquistare i mercati di quei paesi. Ciò che però resta nell'immaginario collettivo del nostro pubblico è un brano del 1967 rivoluzionario per testo e musica, Vorrei la pelle nera (Je veux etre noir) in cui si chiedeva esplicitamente a Wilson Pickett e James Brown di dare ispirazione e sostanza soul ai brani di un bianco europeo dai capelli biondi. La televisione si accorge di lui e due trasmissioni sono strettamente legate a brani che lui interpreta: la Settevoci di Pippo Baudo ha come sigla Donna Rosa, mentre per Io, Agata e tu (che lo vede protagonista nella prima serata del sabato con Raffaella Carrà e Nino Taranto) ripropone la vecchia Agata dei napoletani Pisano e Cioffi. Immancabilmente arriva anche Sanremo: nel 1968 (l'anno di Louis Armstrong con Mi va di cantare) interpreta Il re d'Inghilterra in coppia con Pilade, nel 1970 canta Re di Cuori abbinato a Caterina Caselli, e nel 1971 Amsterdam, cantata anche da Rosanna Fratello. Presenze accompagnate da messe in scena piuttosto eccentriche come quando si presentò la prima volta a bordo di una Rolls Royce e accompagnato da un cagnolino.

Grandi passioni di Nino Ferrer, d'altra parte, sono sia le auto di grossa cilindrata sia i cani, oltre alle pipe di cui fa collezione. In Italia si fa mandare il suo parco di automobili che oltre alla Rolls, comprende una Jaguar e una Bentley, ''anche se ogni tanto - diceva - faccio la pazzia di andare in motocicletta a 185''. A Roma abita vicino a piazza Navona circondato da maggiordomo e governante. Sulla musica ha le idee chiare: ''Nessuno di noi è fatto in una sola maniera - racconta nel 1970 al Corriere della Sera - e io odio le classificazioni. Anche nelle canzoni. Un giorno mi viene fuori Donna Rosa e un altro La Rua Madureira che è la mia preferita ma che purtroppo non ha fatto una lira o Povero Cristo che la radio sicuramente non trasmetterà e che quindi pochi sentiranno. Perché a me capita questo guaio: il pubblico di Donna Rosa non mi vuole in un genere più impegnato e non lo chiede, e l'altro che lo apprezzerebbe, non lo può conoscere''.
Qualcosa infatti sta cambiando, anche nel modo di scrivere. Il Povero Cristo diventerà La maison près de la fontaine e incluso in un album, Metronomie, fortemente legato alla psichedelica e al Rock anni '70. Mentre, prima in inglese per conquistare con un album il mercato americano e poi in francese, nasce nel 1973 uno dei suoi capolavori Le Sud, sguardo tenero e critico verso il Sud del mondo, dall'Europa all'Africa, la cui bellezza è pari solo alla propria capacità di autodistruzione. C'è poi una travolgente love story con Brigitte Bardot e l'insistenza delle cronache rosa lo porta a sparire dalla scena. Forse anche per proteggere la nascita del figlio avuto dalla segretaria Kinou Monestier, destinata a diventare sua moglie. Gli anni successivi lo vedono continuamente ritirarsi e tornare sulle scene. Il suo ultimo album è del 1993: Dèsabusion che è un mix tra le parole dèsillusion e dèsabussement, disillusione e distacco, mentre in Italia lo ritroviamo in trasmissioni televisive come Una rotonda sul mare con Red Ronnie e C'era una volta il festival con Mike Buongiorno. Poi il ritiro nelle campagne sperdute tra Bordeaux e Tolosa dove dipingeva quadri alla Dalì.

el 1998 la morte della madre, forse la ragione principale all'origine del suo suicidio.
Non ci aspettiamo certo che a dieci anni dalla morte, in Italia si cambino i palinsesti televisivi. Nemmeno che si scrivano pagine su pagine. Ma forse chi ha vissuto momenti importanti della storia della musica popolare e al tempo stesso della televisione merita di essere ricordato. Non ci offenderemmo se non fossimo i soli.
Michele Manzotti
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